Stories from Sol: The Gun-Dog
RECENSIONE
Amo i manga, ma in generale non riesco ad appassionarmi a serie fatte per durare per tanti, troppi anni. Centinaia di numeri? E allora non fa per me: quando si ha qualcosa da dire, mi piace che il messaggio arrivi diretto, fragoroso, e se possibile, conciso. Leiji Matsumoto era proprio così. I tratti essenziali e malinconici della sua penna e la sua prosa semplice ed efficace hanno guadagnato alle sue opere uno spazio d’onore nella mia libreria e nel mio cuore, spazio che si è preso con la mite eleganza che aveva in vita: appena tre volumetti per contenere Space Battleship Yamato, cinque per Capitan Harlock (possiedo entrambi nell’edizione italiana curata da Goen). Certe tavole di Space Battleship Yamato le ho incise in testa. “Io sono Jura... Figlia dello spazio, eternamente errante”. Ho i brividi solo a ripensarci. Spero anche voi.
Insomma, capite bene che il mio amore per la space opera ha radici profonde e lontane nel tempo, radici che hanno influenzato in maniera incalcolabile la produzione culturale giapponese degli scorsi decenni – e non solo. La serie animata di Space Battleship Yamato arrivò sui televisori della terra del Sol Levante nel 1974 e fu determinante per definire la direzione che poi presero pesi massimi del calibro di Mobile Suit Gundam (1979) e Neon Genesis Evangelion (1995). Le premesse di Space Battleship Yamato, pur se affondano in un certo nazionalismo militaresco giapponese, sono commoventi: in un futuro di fantasia, l’unica speranza per il pianeta Terra è la gloriosa Yamato, affondata nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale il 7 aprile 1945, la più grande nave da battaglia mai costruita, insieme alla “sorella” pariclasse Musashi. Yamato viene recuperata dalle profondità del mare, rinnovata e spedita nello spazio con un equipaggio di centodiciassette uomini e donne per recuperare sul pianeta Iskandar il Cosmo DNA, unico meccanismo che potrà bonificare la radioattività che ha reso la Terra inabitabile. La radioattività, spauracchio che tanto ha influenzato la cultura giapponese, è un terrore frutto anche lui del secondo conflitto mondiale: le navi più possenti del pianeta non poterono evitare i bombardamenti degli agili e robusti aerei statunitensi, che in un confronto anacronistico e impari trattarono Yamato e Musashi come degli elefanti del mare, poderosi, certo, ma lenti, impacciati, dei bersagli dai movimenti lentissimi. Fu così che si giunse a Hiroshima e Nagasaki. Ed è in questo contesto culturale che si innestarono i sogni spaziali di Matsumoto, Yoshiyuki Tomino, Hajime Yatate, Hideaki Anno.
E anche di tanti occidentali. Come il team di Space Colony Studios, un collettivo di quattro sviluppatori che ha guardato a Space Battleship Yamato e Mobile Suit Gundam, in particolare, per creare una space opera che – lo sappiamo già – è destinata a diventare una serie. Stories from Sol: The Gun-Dog si conclude dopo circa cinque-sei ore di gioco con un cliffhanger che esige la presenza di un seguito. Ed è uno dei suoi principali difetti: ho sentito di trovarmi davanti a un’opera incompleta, che ha sacrificato coerenza e chiusura sull’altare della serialità, un intento che rispetto, certo, ma che non giustifico quando l’effetto è quello di annacquare il finale senza tirare – neppure in parte – i fili di cui è composta la storia. Anche perché il rischio è quello di non riuscire a “traghettare” l’interesse dei giocatori del primo capitolo verso i successivi. Ma andiamo con ordine.
Stories from Sol: The Gun-Dog guarda ai racconti visivi dell’epoca gloriosa del PC-9800 (nome spesso abbreviato in PC-98: è la stessa cosa e no, non stiamo parlando di Windows 98, occhio!), nati in un momento storico in cui i produttori di personal computer non erano ancora riusciti a superare la barriera linguistica rappresentata da kanji, hiragana e katakana per gettarsi con successo nel mercato giapponese. Fu soltanto Windows 95 a “sconfiggere” il PC-98, che venne prodotto dal 1982 fino al 2000, per circa venti milioni di unità vendute nel corso della sua storia. Il fatto veramente curioso da analizzare è come una macchina pensata per essere il perfetto personal computer del salaryman giapponese divenne una piattaforma di gioco ricordata e celebrata ancora oggi; fino all’ascesa dei PC IBM compatibili con DOS/V, PC-98 fu casa per dating sim, giochi di ruolo e, soprattutto, visual novel con un distinto carattere grafico. Un carattere che viene ereditato da Stories from Sol: The Gun-Dog, così come avevano fatto 2064: Read Only Memories nel 2015 e, lo scorso anno, il suo (tristemente mediocre) seguito Read Only Memories: NEURODIVER. Uno stile, una cifra che sono un po’ come la Yamato che riemerge dal mare per essere refittata in forma di nave spaziale. Se chiedete a me, è una figata pazzesca.
Al di là della forma, il contenuto è quello delle space opera più classiche. Siamo nell’anno 214 del Calendario Planetario, a quattro anni di distanza dalla fine della Guerra Solare. Il protagonista è segnato da una battaglia conclusasi con la morte di quasi tutti i suoi commilitoni, in cui non ha potuto usare il suo immenso mecha – del tutto simile a un mobile suit à la Gundam – per aiutare i suoi compagni. Seguono anni di disturbo da stress post-traumatico e di rimpianti, finché non arriva il suo ricollocamento sulla nave spaziale di pattuglia Gun-Dog insieme alla sua fidanzata Cassandra, con l’ordine di investigare sulla fonte di un misterioso segnale proveniente dai dintorni di Giove.
Il cast dell’equipaggio sembra un incrocio tra lo stile di Matsumoto e quello di Anno, e in generale nel corso dell’avventura mi sono trovata a partecipare con interesse alle vicende di molti tra i personaggi coinvolti. C’è qualche stereotipo di troppo, certo – non manca, ovviamente, il soldato rancoroso che ci odia selvaggiamente per non aver agito quattro anni prima nella battaglia fatidica: risulta spesso eccessivo e monodimensionale – ma in linea di massima si porta a casa un discreto risultato. Ciò che non ho quasi mai apprezzato è la scrittura dell’intreccio, troppo lenta all’inizio del gioco, e poi comunque paludata da stilemi e cliché, mai innovativa o sorprendente: si procede con il pilota automatico fino al deludente finale con alcuni momenti ricchi di tensione, ma senza mai stare sul bordo della sedia nell’attesa di scoprire come si svolgeranno gli eventi. In altre parole, Stories from Sol: The Gun-Dog risulta troppo prevedibile e troppo “già visto”, mentre in anni recenti sono state tante le visual novel a riuscire a rovesciare il genere sulla testa: ne cito giusto un paio firmate dal mai troppo celebrato Deconstructeam, ossia The Red Strings Club (2018), che con Stories from Sol: The Gun-Dog presenta alcune affinità tematiche, e The Cosmic Wheel Sisterhood (2023), in cui una strega esiliata nello spazio è impegnata a fabbricare tarocchi e a tessere trame di portata interplanetaria con l’aiuto di un demone antichissimo (!). Consiglio caldamente entrambe queste esperienze videoludiche, piene di botte emotive clamorose che invece mancano del tutto in Stories from Sol: The Gun-Dog. Il che è proprio un peccato.
In Stories from Sol: The Gun-Dog si legge tanto (e segnalo che manca una traduzione in lingua italiana: ho fruito del gioco totalmente in inglese), ma non mancano momenti maggiormente interattivi. Tramite il menu presente a lato dello schermo si possono richiamare una mappa – da utilizzare se si vuole accedere rapidamente a uno degli spazi che visiteremo – un log delle missioni da compiere, una opzione per guardare all’interno degli scenari (senza pixel hunting, per fortuna: gli oggetti interagibili vengono evidenziati da un contorno colorato quando ci si trova nella modalità “Look”) e una voce da selezionare quando si vuole utilizzare un determinato oggetto. Si può anche parlare con le persone presenti, ottenendo suggerimenti e commenti sulla situazione, che ben presto acquisirà contorni da orrore lovecraftiano. Niente di sconvolgente o originale dal punto di vista del gameplay, ma Stories from Sol: The Gun-Dog si lascia giocare in maniera tecnicamente ineccepibile su PlayStation 5, console su cui si è svolta la mia prova, e questa è una buona notizia – anche se non parliamo di un videogioco che può mettere alla frusta l’hardware dell’ammiraglia di casa Sony.
In sintesi: viva le ispirazioni illustri tratte da Space Colony Studios dagli anni Settanta in avanti del fumetto e dell’animazione giapponesi, ma il genere dei racconti visivi ha tanto beneficiato di sguardi freschi e innovativi. A volte, la nostalgia canaglia per gli anni d’oro del passato fa più male che bene. Yamato sarebbe rimasta un rudere arrugginito e spezzato a metà dal suo stesso peso se Matsumoto non l’avesse resuscitata nell’immaginario collettivo e resa una scintillante nave spaziale. È un esempio perfetto di come possiamo rinnovare e rileggere il passato con un tocco di originalità. E, forse, di magia. Purtroppo, Stories from Sol: The Gun-Dog non riesce in questa impresa. E dire che sarebbe bastato poco, forse pochissimo, per brillare e creare una space opera videoludica degna di questo nome.
Pubblicato il: 20/03/2025
Provato su: PlayStation 5
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